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Le notizie dell'Agenzia Fides
Aggiornato: 1 ora 59 min fa

AMERICA/CILE - Il Papa a Iquique: non c'è gioia cristiana quando si chiudono le porte agli altri

Gio, 18/01/2018 - 16:22
Iquique - L'apertura agli immigrati e ai forestieri è un segno che Cristo sta operando nei nostri cuori, portando a compimento il suo “miracolo”. Mentre, al contrario, “sappiamo bene che non c’è gioia cristiana quando si chiudono le porte; non c’è gioia cristiana quando si fa sentire agli altri che sono di troppo o che tra di noi non c’è posto per loro”. Lo ha detto Papa Francesco nell'omelia della messa celebrata al Campus Lobito di Iquique, capitale della regione di Tarapacá, affacciata sull'Oceano Pacifico, durante l'ultima tappa del suo viaggio in terra cilena. Prendendo spunto dall'episodio evangelico delle Nozze di Cana, letto durante la messa, il Papa ha messo in rilievo la pronta sollecitudine mostrata da Maria nel farsi carico delle difficoltà degli sposi. Quella sollecitudine – ha voluto suggerire il Papa – risulta familiare ai popoli del nord cileno, che anche grazie alla devozione popolare quasi si conformano ai sentimenti e alle azioni della Madre di Dio: “Voi” ha detto il Papa rivolto ai fedeli presenti “sapete celebrare cantando e danzando «la paternità, la provvidenza, la presenza amorosa e costante; genera atteggiamenti interiori raramente osservati altrove al medesimo grado: pazienza, senso della croce nella vita quotidiana, distacco, apertura agli altri, devozione”. La Vergine María - ha detto il Papa riferendosi alle devozioni mariane vive in quella parte del Popolo di Dio “va per i nostri villaggi, per le vie, le piazze, le case, gli ospedali. Maria è la Virgen de la Tirana; la Virgen Ayquina a Calama; la Virgen de las Peñas ad Arica, che passa per tutti i nostri problemi familiari, quelli che sembrano soffocarci il cuore, per accostarsi all’orecchio di Gesù e dirgli: vedi, 'non hanno vino' ”. 

La regione di Iquique è terra di forte immigrazione, avvezza a accogliere flussi di migranti in cerca i una vita migliore. Le famiglie che vi arrivano, soprattutto quando sono costrette a lasciare la loro terra perchè non hanno il necessario per vivere – ha detto il Papa – sono simili alla “Santa Famiglia, che dovette attraversare deserti per poter continuare a vivere”. Il Papa ha espresso la speranza che le popolazioni locali custodiscano l'attitudine all'ospitalità che le connota, continuando a conformarsi alla sollecitudine operosa della Vergine Maria verso quelli che si trovano nella necessità, e continuando anche a “approfittare” della saggezza e delle cose buone che i migranti portano con sé: “Come Maria a Cana” ha detto il Papa “non abbiamo paura di alzare le nostre voci per dire: 'Non hanno vino'. Il grido del popolo di Dio, il grido del povero, che ha forma di preghiera e allarga il cuore e ci insegna ad essere attenti. Siamo attenti a tutte le situazioni di ingiustizia e alle nuove forme di sfruttamento che espongono tanti fratelli a perdere la gioia della festa.. Siamo attenti a quelli che approfittano dell’irregolarità di molti migranti, perché non conoscono la lingua o non hanno i documenti in regola. Siamo attenti alla mancanza di casa, terra e lavoro di tante famiglie. E come Maria diciamo con fede: non hanno vino”.
L'accoglienza degli stranieri, dei migranti e la sollecitudine verso chi è nel bisogno, nella prospettiva delle opere di misericordia, è stata delineata dal Papa non come uno sforzo volontaristico, ma come il segno e l'effetto del cambiamento operato in noi da Cristo: “Lasciamo” ha detto il Papa in conclusione della sua omelia “che Gesù possa completare il miracolo, trasformando le nostre comunità e i nostri cuori in segno vivo della sua presenza, che è gioiosa e festosa perché abbiamo sperimentato che Dio-è-con-noi, perché abbiamo imparato a ospitarlo in mezzo a noi. Gioia e festa contagiosa che ci porta a non escludere nessuno dall’annuncio di questa Buona Notizia.”. .

AMERICA/CILE - "Il Papa sostiene la missione dell'Università cattolica, per un'istruzione di qualità"

Gio, 18/01/2018 - 13:20
Santiago - “Avvieremo una sorta di lunga esegesi, in varie istanze, di ciò che ci ha detto il Santo Padre” dice all'Agenzia Fides il professor Patricio Bernedo, Decano di Storia, Geografia e Scienze Politiche della Pontificia Università Cattolica del Cile dopo il denso discorso di Papa Francesco nella sede centrale dell'ateneo. Il Decano si dice sorpreso per il “lungo e contundente messaggio” che il Santo Padre ha diretto al mondo della cultura e dell'educazione. “Mi ha soprattutto interpellato la sua raccomandazione di una ricerca della conoscenza che coniughi coerentemente la ragione, l'amore e l'azione , un concetto molto profondo e una sfida”. La PUCC “è nata con la necessità di rafforzare l'identità cattolica nel contesto di uno Stato che approvava leggi liberali con le quali pretendeva di marginalizzare il cattolicesimo dal campo dell'educazione”, spiega Bernedo. E illustra il motivo del ringraziamento del Papa al Rettore Ignacio Sánchez per la sua “difesa dell'indentità cattolica” dell'istituzione: “Nel corso di questi 130 anni la PUCC si è sempre trovata di fronte a questa missione, che oggi è presente nelle nostre aule. Nella società e nei suoi rapporti con lo Stato, la PUCC promuove un'educazione di qualità alla portata di tutti, secondo quanto chiesto a furor di popolo dagli studenti nelle piazze nel 2006, nel 2011 e che oggi si discute: educazione gratuita e di qualità. Ed è attiva nel dibattito pubblico che studia come realizzare tale meta. Il Ministero dell'Educazione “ascolta ma alla fine boicotta l'istruzione privata”, lamenta l'accademico. Attualmente, afferma, le scuole statali sono notevolmente al di sotto del livello educativo di quelle private. “La PUCC capta gli studenti con i migliori punteggi, che sono anche quelli delle famiglie più ricche del paese”, riconosce il Decano, “ma da alcuni anni ha attivato un sistema di borse di studio per i meno abbienti con alto rendimento”. Attraverso programmi della pastorale universitaria, elogiata ieri dal Papa, l'Università Cattolica contribuisce “a elevare almeno un po' il livello educativo dei più bisognosi, aiuta a costruire loro case più degne, a prendersi cura della loro salute per citare alcuni esempi”. “E' un aspetto che emerge con chiarezza nel lavoro di professori, studenti e funzionari della PUCC”, conclude.

AFRICA - La disoccupazione in Africa: “Un vero crimine contro l’umanità”

Gio, 18/01/2018 - 12:04
Soaudè – In Africa è molto difficile trovare lavoro. Il fenomeno della disoccupazione in questo continente riguarda circa 32 milioni di giovani e la situazione andrà peggiorando a causa del forte divario tra crescita demografica e possibilità di impiego. Attualmente metà della popolazione africana ha meno di 14 anni. “Una delle prime necessità del nostro tempo è la ricerca di un lavoro. Il tasso di disoccupazione in tanti paesi in Africa è davvero molto alto” rileva all’Agenzia Fides p. Donald Zagore, missionario delle Società Africane .
“Ad esempio, in Costa d’Avorio, circa il 23% della popolazione è senza occupazione; in Sud Africa il 27.3%; in Gabon il 18%; in Gambia il 29.8%, solo per riportarne alcuni. La cosa più drammatica è che, anche quei lavori che spesso rasentano lo sfruttamento, per non parlare di quelli più dignitosi, sono diventati merce rara”, continua il missionario.
“Si tratta di un problema sociale ma anche antropologico per gli africani. E’ grottesco dover riconoscere che, mentre lo sfruttamento dell’uomo è sempre stato considerato un crimine, c’è ancora di peggio. Infatti attualmente la mancanza dello sfruttamento, paradossalmente, sembra una vera retrocessione. Quante persone oggi sarebbero disposte a svolgere il peggiore dei lavori solo per avere un reddito e non ne trovano uno?” fa notare p. Donald.
“È davvero spaventoso – sostiene il missionario - vedere che l’uomo non serve più a niente, nemmeno per qualsiasi tipo di sfruttamento. L’uomo oggi è percepito come superfluo, è distrutto. Purtroppo, come diceva la critica letteraria francese Viviane Forrester, ci sono molti uomini e donne che risultano ‘incompatibili con una società di cui sono comunque i prodotti più naturali’. Sfortunatamente, sostiene la scrittrice, siamo passati dal fenomeno dello sfruttamento, a quello dell’esclusione”.
P. Zagore conclude: “Al di là della semplice questione della disoccupazione, è l'identità dell'uomo africano, è la sua natura intrinseca di essere umano che viene sottomessa. Ecco perché, più che mai, la lotta contro la disoccupazione, contro questo crimine, deve occupare un posto preminente nell’attività missionaria”.

AFRICA/EGITTO - Il Patriarca copto e il Patriarca maronita alla Conferenza di Al Azhar su Gerusalemme

Gio, 18/01/2018 - 11:50
Il Cairo – Il Patriarca copto ortodosso Tawadros II, il Patriarca maronita Bechara Boutros Rai e il Catholicos armeno apostolico Aram I sono i rappresentanti più in vista delle Chiese d'Oriente che hanno preso parte alla Conferenza internazionale su Gerusalemme in corso al Cairo su iniziativa dell'Università di Al Azhar, maggiore centro teologico-accademico dell'islam sunnita: “L'identità araba della Città Santa e il suo messaggio”
Nel suo intervento, il Patriarca Tawadros ha insistito sulla connessione che lega fatalmente le prospettive di pace in Medio Oriente al rispetto dei diritti nazionali del popolo palestinese: “La vera pace” ha detto tra l'altro il Primate della Chiesa copta ortodossa “non diverrà realtà finché non si fermeranno la violenza, le minacce e tutte le promesse fatte senza tenere conto dei sentimenti di musulmani e cristiani nel mondo e nella nostra regione". Il Patriarca maronita Rai, nel suo intervento, ha richiamato la posizione della Santa Sede, che pur senza intervenire in maniera diretta sulle dispute intorno alla sovranità territoriale di Gerusalemme, ha riaffermato più volte il diritto del popolo palestinese a avere uno Stato, attenendosi alle risoluzioni ONU che respingono l'annessione israeliana di tutta la Città Santa.
I partecipanti alla Conferenza di al Azhar su Gerusalemme provengono da 86 Paesi diversi. Molto nutrita la schiera di convegnisti e oratori, sia cristiani che musulmani, provenienti dal Libano, che comprende, tra gli altri, l'ex primo ministro Fouad Siniora, l'ex ministro della cultura Taqrek Mitri, il Segretario generale del Comitato per il dialogo islamo-cristiano. Mohammad Sammak e l'ex Capo di Stato libanese Amin Gemayel. Alla Conferenza ha preso parte anche il Presidente palestinese Mahmud Abbas.
Annunciata già lo scorso luglio, dopo tensioni e violenze esplose nelle settimane precedenti intorno alla Spianata delle Moschee e ai Luoghi Santi musulmani , la Conferenza si sarebbe dovuta tenere già lo scorso settembre. Dopo il rinvio, la decisione dell'Amministrazione USA di riconoscere Gerusalemme come Capitale di Israele ha riportato la Città Santa al centro di tensioni locali e internazionali, contribuendo a aumentare l'interesse intorno alla Conferenza promossa da Al Azhar.
Alla Conferenza di al Azhar hanno preso parte anche l'Arcivescovo Bruno Musarò, Nunzio apostolico in Egitto, e il Segretario personale del Pontefice, monsignor Yoannis Lahzi Gaid, che la mattina di mercoledì 17 gennaio ha letto durante i lavori il testo in arabo di un messaggio inviato da Papa Francesco. Nel suo messaggio, Papa Francesco ha ribadito che la Santa Sede “non cesserà di richiamare con urgenza la necessità di una ripresa del dialogo tra israeliani e palestinesi per una soluzione negoziata, finalizzata alla pacifica coesistenza di due Stati all’interno dei confini tra loro concordati e internazionalmente riconosciuti, nel pieno rispetto della natura peculiare di Gerusalemme, il cui significato va oltre ogni considerazione circa le questioni territoriali”. .

AFRICA/CENTRAFRICA - “Un futuro cupo per i nostri figli se la situazione non cambia” gridano i Vescovi

Gio, 18/01/2018 - 11:41
Bangui - “Qual è la speranza per il nostro Paese all'inizio di quest'anno?” si chiedono i Vescovi della Repubblica Centrafricana nel messaggio pubblicato al termine della loro Assemblea Plenaria , domenica 14 gennaio.
Una domanda legittima vista la drammatica situazione del Paese emersa nel corso dei lavori assembleari. I Vescovi tracciano un quadro drammatico delle condizioni di sicurezza, pur riconoscendo “gli sforzi di consolidamento della pace a livello nazionale con l’avvio del ristabilimento dell’Autorità dello Stato, attraverso la nomina di Prefetti e Sotto Prefetti”.
“Purtroppo - afferma il messaggio inviato all’Agenzia Fides - sul piano sociale, gli avvenimenti dolorosi verificatisi negli ultimi tempi in alcune prefetture come Haut-Mbomou, Mbomou, Haute-Kotto, Basse-Kotto, Ouaka, Nana-Gribizi, Ouham, Ouham-Pendé e Nana-Mambéré, ci portano a credere che il nostro Paese continui a sprofondare nell’abisso”. “I gruppi armati creano sempre anarchia e impongono le loro leggi a civili spossati che non sanno più da dove arriverà il loro aiuto. Nelle nostre diocesi siamo testimoni quotidiani di questa triste realtà e deploriamo il fatto che il nostro Paese sia sempre sotto la morsa della tracotanza e delle intrusioni delle milizie armate che non vogliono che la guerra si fermi”
“Le bande armate sono ancora impegnate in raid e massacri, stupri e racket di popolazioni civili. I villaggi sono vandalizzati e bruciati. Gli abitanti sono torturati e spudoratamente uccisi” denunciano i Vescovi.
In Centrafrica è presente da anni una missione di Caschi Blu dell’ONU, la MINUSCA, per aiutare le autorità locali a ristabilire le condizioni di sicurezza. Ma i Vescovi lamentano “la lentezza e l’inazione di alcuni contingenti della MINUSCA nel mantenere la pace”, al punto che “le popolazioni locali desiderano ardentemente il dispiegamento delle forze di sicurezza centrafricane; purtroppo appena dispiegate, alcuni loro elementi si segnalano subito nel taglieggiare la popolazione”.
L’insicurezza e il senso di abbandono dello Stato si traduce nella mancanza di strutture sanitarie ed educative. A farne le spese sono i giovani al punto che i Vescovi affermano che “il futuro dei figli del nostro Paese è incerto e molto cupo”. “Le ragazze e i ragazzi sono esposti a ogni forma di violenza, compresi abusi sessuali di ogni sorta e l’arruolamento forzato nei gruppi armati”. Anche la Chiesa ha subito attacchi e persecuzioni. Tra queste “l’aggressione vigliacca e criminale di don Blaise Bissialo nella parrocchia del Cristo di Tokoyo a Bangassou e i tentativi d’intimidazione degli operatori pastorali”.
La Conferenza Episcopale chiede alla comunità internazionale di “continuare ad accompagnare e a sostenere il processo di pace in Centrafrica” e alle ONG “di passare quando è possibile dalla fase emergenziale a quella del recupero e sviluppo”, mentre rivolge un pressante appello ai gruppi armati perché “in nome di Dio depongano le armi e pongano fine ai crimini e alle sofferenze dei nostri compatrioti, al saccheggio delle risorse naturali e alla disfunzione dello Stato”.
Al popolo del Centrafrica infine, i Vescovi ricordano “che la sicurezza è soprattutto un impegno e un atteggiamento personale, comunitario e nazionale attraverso parole, atti e comportamenti patriottici ".

NEWS ANALYSIS/OMNIS TERRA - Francesco in Perù, paese polarizzato e bisognoso di riconciliazione

Gio, 18/01/2018 - 11:31
La visita di Papa Francesco in terra Inca giunge in un momento critico e quindi, provvidenziale. Da un lato vi è la dura realtà delle vittime della costa nord del Perù a causa della devastazione causata dal tifone El Niño all'inizio del 2017, che il Pontefice visita quando arriverà a Trujillo. Diversi settori della politica e della società stessa rilevano il lento processo da parte dello Stato nell'attuare un piano di ricostruzione per aiutare le 10.508 persone che vivono in oltre 2000 tende distribuite nei 34 campi, secondo le informazioni dell'Istituto nazionale di Protezione Civile.
Nell'agenda papale vi è anche la tappa a Puerto Maldonado, capitale della regione Madre de Dios che, nonostante sia una delle regioni più ricche di materie prime, è tuttavia una delle più agitate dal traffico di droga e dalle miniere illegali. I più deboli e vulnerabili sono le vittime di questo sistema iniquo: persone prese con l'inganno per lavorare nell'estrazione dell'oro, o ragazze credono che avranno l'opportunità di studiare o lavorare in una casa ma finiscono nella rete della prostituzione
Di fronte alla crisi e all'instabilità politica che ha portato la cosiddetta "ondata di Odebrecht" e la forte polarizzazione, accentuata dalla grazia concessa all'ex presidente Alberto Fujimori, le mobilitazioni sociali promosse dai diversi settori politici sono sempre più frequenti. In mezzo a questo panorama di instabilità, il Perù si prepara a ricevere il Pontefice. E, come ha assicurato il cardinale Juan Luis Cipriani, Papa Francesco "viene a unirci, perché dobbiamo essere onesti: abbiamo un tessuto sociale un po' frammentatao, con lacune, rattoppato".





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AMERICA/PERU’ - Il Papa benedirà le immagini sacre che hanno tenuto accesa la fiamma del cattolicesimo in Perù

Gio, 18/01/2018 - 11:13
Lima – “El Señor del Mar” e la Vergine del Carmen saranno le prime immagini religiose che accoglieranno Papa Francesco quando arriverà in Perù nel pomeriggio di giovedì 18 gennaio. Inoltre, nel suo primo itinerario, verranno collocate le immagini di San Martin de Porres, Santa Rosa de Lima e San Juan Masias. Il tema della presenza delle immagini sacre è stato discusso in diversi incontri di coordinamento e di logistica che sono stati fatti dalle autorità ecclesiali che organizzano da mesi la visita del Santo Padre. Ciò è dovuto all'importanza che esse hanno all'interno della religiosità peruviana.
A questo proposito, José Antonio Benito Rodríguez, Segretario dell'Accademia peruviana di storia della Chiesa, spiega all’Agenzia Fides che nei diversi musei peruviani si può “vedere come le immagini sacre siano state fondamentali per la catechesi e la devozione. Basta sbirciare in una delle nostre chiese, per vedere più espressioni di religiosità popolare. Anche nei nostri parchi e mercati la diffusione delle immagini è evidente" dice Benito Rodríguez, che è anche professore presso l'Università Cattolica Sedes Sapientiae e l'Università Pontificia e Civile di Teologia di Lima.
Il professor Benito Rodríguez, citando Papa Benedetto XVI, sottolinea che la pietà è “il prezioso tesoro della Chiesa cattolica in America Latina” e che, pertanto, "merita il nostro rispetto e il nostro affetto, perché la pietà riflette la sete di Dio che solo il povero e il semplice può conoscere". Lo storico ha spiegato a Fides che “la religiosità quotidiana è il risultato della sintesi delle credenze e delle pratiche ordinarie della società che sono incarnate nella cultura di un popolo".
Le cinque confraternite di Madre de Dios e Cusco che saranno benedette da Papa Francesco il 19 gennaio a Puerto Maldonado, espressioni di devozione locale, sono quelle del Signore di Qoyllority, del Signore di Torrechayoc, del Signore di Huanca, la Confraternita della Santissima Croce e del Signore dei Miracoli, le cui immagini troveranno spazio nella spianata, dove il Papa si rivolgerà a centomila persone. Benito Rodríguez spiega che i profili di queste confraternite ed immagini sono espressioni popolari che rispondono all' "amore del Cristo sofferente, il Dio della compassione, del perdono e della riconciliazione, il Dio che si è donato".
Da parte sua, Luis Benavente, analista politico, ha detto a Fides che "in Perù esiste una combinazione di icone e immagini universali della religione cattolica, come il cuore di Gesù o la Vergine, che si aggiungono alle immagini locali e particolari che sono tipiche delle zone andine peruviane. Queste immagini popolari - continua Benavente - sono molto importanti in Perù e Papa Francesco fa bene a venire a benedirle e ad accoglierle, perché queste immagini sono quelle che hanno tenuto accesa la fiamma del cattolicesimo in Perù".

AMERICA/CILE - I giovani: “Francesco ci mostra la sorgente della gioia: Cristo Gesù”

Gio, 18/01/2018 - 10:43
Santiago – “Papa Francesco ci ha spiegato un nuovo concetto di maturità. Quella delle idee e dei sogni che realizziamo contro il pessimismo degli adulti o di noi stessi, che ci fa pensare che il mondo non cambierà. Ci ha invitato, appunto, a 'maturare' i nostri sogni realizzandoli, a non perdere la gioia, rivelandone la sorgente: Cristo Gesù. E ci ha interpellato fortemente ad avere voce in capitolo nella Chiesa: per questo noi giovani dobbiamo farci sentire”. Parla come un fiume in piena all’Agenzia Fides Pablo Sandoval, un giovane della capitale cilena, attivo in un movimento ecclesiale, tra i 60mila giovani cileni presenti sulla spianata del santuario di Maipú. “Il Papa ha sottolineato che la Chiesa ha bisogno di noi”, aggiunge Consuelo Huerta, altra giovane impegnata dell'arcidiocesi di Santiago, conversando con l'Agenzia Fides.
Consuelo e Pablo evidenziano la fiducia che il Santo Padre ripone nei giovani, invitandoli a chiedersi che cosa possono fare per gli altri, per poi donarsi senza remore. Con loro, Francesco è apparso molto a suo agio, quasi rilassato. “Ha scherzato dicendo: Vi ho obbligato a lasciare il divano, eh!, ma poi ci ha fatto capire che tutto quello che possiamo dare agli altri è qualcosa di importante”, rileva Consuelo. Per lei il messaggio di Francesco in questi giorni cileni è stato “molto coraggioso, con un linguaggio molto chiaro. Ora sta ad ognuno intenderlo ed agire di conseguenza”. Si riferisce “all'invito all'unità, alla giustizia verso i popoli indigeni, ad essere umili . Francesco ha dato l'esempio nel dimostrare che occorre ricominciare dopo aver sbagliato, senza rimuginare sui propri limiti ma sempre ponti ad andare avanti, in missione”. Pablo è colpito dai gesti compiuti dal Papa, come la visita alla tomba del “vescovo dei poveri” Enrique Alvear, primo atto in terra cilena, o l’incontro con le carcerate. Tali gesti, conclude Pablo, incarnano “il messaggio evangelico della vicinanza ai poveri e ai più bisognosi”.

AMERICA/CILE - Isolde Reuque: “Il Papa riconosce la sofferenza dei mapuche e li conferma nella fede”

Gio, 18/01/2018 - 10:01
Temuco - “Il Papa ha salutato subito in mapudungun : 'Mari mari. Küme tünngün ta niemün', cioè 'Buongiorno. La pace sia con voi'. E ha ringraziato Dio per avergli permesso di essere in territorio mapuche, nell'Araucania”, sottolinea con orgoglio, in una conversazione con l'Agenzia Fides, Rosa Isolde Reuque, responsabile della pastorale mapuche della diocesi cilena di Temuco,. “Con ciò il Santo Padre ha riconosciuto l'esistenza dell'Araucanía e la legittimità delle rivendicazioni dei mapuche. Ha anche esplicitamente ricordato che, nel luogo della messa, l'aerodromo di Maqueue, si sono verificate gravi violazioni di diritti umani”, osserva, riferendosi alle torture del regime di Pinochet e fermandosi per un minuto di silenzio orante. “Offriamo questa celebrazione per tutti coloro che hanno sofferto e sono morti e per quelli che, ogni giorno, portano sulle spalle il peso di tante ingiustizie”, ha detto, rimarcando la ricchezza delle differenze, della multiculturalità e della necessità di un dialogo “che passa per il riconoscimento dei valore e dei diritti dei popoli originari, che ha nominato uno a uno”, ricorda Reuque. Isolde è particolarmente toccata dalla cristallina condanna della violenza e dell’ingiustizia e dichiara a Fides: “Nei mesi scorsi ho percorso le campagne, i paesini e le parrocchie per invitare i miei fratelli mapuche all'incontro col Papa, e vedere tanta gente gioire con lui è stato molto commovente. Non ci ha solo confermato nella fede. Il fatto che ben tre volte i mapuche siano saliti davanti all'altare è stato molto importante e significativo”.
“Non c'è incompatibilità alcuna tra la spiritualità mapuche e la religione cattolica”, spiega la donna, rilevando che gli indigeni “adorano l’unico Dio creatore, datore di ogni bene”. Nel primo momento di attivo coinvolgimento dei mapuche un folto gruppo di indigeni ha cantato e recitato il “Signore, pietà”. I mapuche – spiega Reuque – lo fanno “chiedendo permesso al Creatore di essere lì, in sua presenza, sul territorio che è nostro ma è prima di tutto suo”. Poi hanno ringraziato Dio per la presenza del Papa e hanno pregato Dio per il dono dell'acqua: “Parlavano della pioggia, certo, che però da sola non basta. Uno dei loro reclami riguarda il modello di foresta basato sulla piantagione di eucalipto per la produzione di carta che, oltre a impoverire la terra, impoverisce anche le falde acquifere”, spiega. Molto positivo, ha dichiarato alla Fides, il pranzo privato del Papa con 11 rappresentanti dell'Araucanía e con il Vescovo di Temuco. I mapuche “si sono sentiti sostenuti dal Pontefice: Francesco ha dato la possibilità di far conoscere al mondo la loro sofferenza. Questo sarà importante nella lotta buona e nonviolenta contro le ingiustizie, per le loro terre, e per un modello di sviluppo ecosostenibile”, conclude Reuque.

AMERICA/CILE - Papa Francesco ai Mapuche: “non esistono culture superiori o inferiori”

Mer, 17/01/2018 - 19:47
Temuco – “Abbiamo bisogno della ricchezza che ogni popolo può offrire, e dobbiamo lasciare da parte la logica di credere che ci siano culture superiori o inferiori”. Lo ha chiesto Papa Francesco, durante la liturgia eucaristica celebrata mercoledì 17 gennaio dall'aeroporto di Maquehue a Temuco, capitale della regione dell'Araucanìa, 700 chilometri a sud di Santiago del Cile. Nella messa, celebrata davanti a almeno 200mila fedeli, il Vescovo di Roma ha dedicato numerosi accenni alla condizione e alle sofferenze dei Mapuche, la popolazione autoctona che popola quella regione del Cile meridionale. Alla liturgia hanno preso parte anche rappresentanze di altri popoli indigeni della regione: Rapanui , Aymara, Quechua e Atacama.
“Gesù” ha rimarcato Papa Francesco nell’omelia “non chiede a suo Padre che tutti siano uguali, identici; perché l’unità non nasce né nascerà dal neutralizzare o mettere a tacere le differenze. L’unità non è un simulacro né di integrazione forzata né di emarginazione armonizzatrice”. Essa “non è e non sarà un’uniformità asfissiante che nasce normalmente dal predominio e dalla forza del più forte, e nemmeno una separazione che non riconosca la bontà degli altri”. L’unità domandata e offerta da Gesù – ha insistito il Pontefice “riconosce ciò che ogni popolo, ogni cultura è invitata ad apportare a questa terra benedetta”, e “non tollera che in suo nome si legittimino le ingiustizie personali o comunitarie”.
Durante la messa, il Papa ha chiesto di osservare un momento di silenzio davanti a tutto il dolore e alle ingiustizie subite dalle popolazioni autoctone dell’Auracanìa del corso della storia.
Oltre alla tentazione di confondere unità con uniformità forzata e nemica delle differenze, il Successore di Pietro ha richiamato due forme di violenza da rifiutare, con chiaro riferimento al conflitto che contrappone i Mapuche agli apparati politici e militari cileni: da un lato, il Papa ha invitato a guardarsi dalla “elaborazione di accordi ‘belli’ che non giungono mai a concretizzarsi. Belle parole, progetti conclusi sì – e necessari – ma che non diventando concreti finiscono per ‘cancellare con il gomito quello che si è scritto con la mano’. Anche questa è violenza, perché frustra la speranza”. Dall’altro lato, il Papa ha richiamato tutti a respingere la ribellione violenta che finisce per essere pagata da vite umane. “Non si può chiedere il riconoscimento annientando l’altro” ha detto Papa Francesco “perché questo produce solo maggiore violenza e divisione. La violenza chiama violenza, la distruzione aumenta la frattura e la separazione. La violenza finisce per rendere falsa la causa più giusta. Per questo diciamo ‘no’ alla violenza che distrugge, in nessuna delle sue due forme”.
Poche ore prima dell’arrivo del Papa, diverse chiese erano state incendiate nell’Araucania, in attacchi incendiari notturni attribuiti a gruppi estremisti che rivendicano i loro atti violenti in nome della “causa Mapuche”. Nell’ultima settimana, in Cile, sono state almeno 9 le chiese distrutte da simili atti d’intimidazione.

AFRICA/CONGO RD - Non solo i cattolici ma anche altre voci cristiane criticano il potere

Mer, 17/01/2018 - 11:49
Kinshasa - È fallito il tentativo di contrapporre alla Chiesa cattolica altre comunità cristiane nel serrato confronto tra la Conferenza Episcopale della Repubblica Democratica del Congo e il Presidente Joseph Kabila.
Lo si è visto ieri, 16 gennaio, nell’anniversario della morte del padre dell’attuale Presidente, Laurent Désiré Kabila, ucciso in circostanze mai chiarite il 16 gennaio 2001. La cerimonia in ricordo del Presidente assassinato si è tenuta nella cattedrale du Centenaire de l’Eglise du Christ au Congo , una denominazione protestante.
L’officiante, il pastore François-David Ekofo, ha rivolto parole molto dure nei confronti dell’attuale dirigenza del Paese, che ricordano gli ammonimenti lanciati da Sua Eminenza il Cardinale Laurent Monsengwo Pasinya, Arcivescovo di Kinshasa, al centro di una campagna di diffamazione da parte del regime .
“Dobbiamo lasciare ai nostri figli uno Stato che esiste realmente” ha detto nel suo sermone il reverendo Ekofo. “Lo dico perché si ha l’impressione che lo Stato non esista realmente” ha continuato di fronte a tutta la dirigenza della RDC, il solo mancante era il Presidente Kabila.
“Dio chiederà conto ai congolesi. Dobbiamo consegnare ai nostri figli un Paese unito” ha insistito. Non è ammissibile importare cibo per i congolesi quando il Congo è ricco di petrolio, diamanti, coltan, prodotti tra i più ricercati al mondo”.
La dura presa di posizione di un così alto rappresentante di un’altra confessione cristiana mina le speranza del campo presidenziale di tentare di contrapporre le altre confessioni cristiane alla Chiesa cattolica, il cui più alto rappresentante nella RDC, il Cardinale Monsengwo Pasinya, è stato accusato dal governo di aver commesso con le sue recenti dichiarazioni dei “tentativi di sovversione” contro gli interessi nazionali. Il resoconto del Consiglio dei Ministri del 15 gennaio afferma che “la situazione della sicurezza è relativamente calma su tutto il territorio nazionale con, tuttavia, alcuni tentativi sovversivi iniziati in particolare da un membro della gerarchia cattolica nella città di Kinshasa”. Un evidente attacco al Cardinale Monsengwo Pasinya, anche se non è stato formalmente nominato. Il Cardinale aveva duramente condannato la repressione della marcia pacifica indetta dai cattolici congolesi per chiedere l’applicazione di quella parte degli accordi di San Silvestro che prevedevano la libertà di stampa e la liberazione dei prigionieri politici , e aveva detto espressamente che i politici “mediocri se ne vadano”.


ASIA/INDIA - Oltre 500 agenti di polizia per proteggerlo: salvo un Collegio cattolico

Mer, 17/01/2018 - 10:50
New Delhi - Oltre di 500 poliziotti sorvegliano il St .Mary's College nella città di Vidisha nel Madhya Pradesh per scongiurare l'attacco da parte di militanti del movimento estremista "Akhil Bharatiya Vidyarthi Parishad" , corpo studentesco del partito Bharatiya Janata Party , formazione politica al governo in diversi stati indiani nonchè a livello federale. Il BJP e gruppi affiliati come ABVP hanno tacitamente approvato che militanti induisti cercano di predere il controllo o di violare la libertà e l'impegno di scuole cristiane nel Madhya Pradesh, nell'India centrale e in parti del paese.
Lo scorso 4 gennaio, la polizia aveva sventato il tentativo di ABVP di entrare nel St Mary's College di Vidisha per compiere il rito induista del "Bharat Mata Aarti" . I gruppi estremisti avevano minacciato di prendere d'assalto il St Mary's College e di realizzare il rito con la forza il 16 o il 17 gennaio.
Percependo il pericolo, l'Associazione cattolica diocesana del Madhya Pradesh ha interpellato la polizia e le istituzioni civili, cercando protezione per le sue istituzioni educative.
"Il 15 gennaio, il procuratore generale aggiunto del Madhya Pradesh ha dato all'Alta Corte di Jabalpur la garanzia di una piena protezione del Collegio. Va detto che hanno mantenuto la parola. Il 16 gennaio sono stati dispiegati oltre 500 agenti di polizia completamente equipaggiati", rileva all'Agenzia Fides mons. Theodore Mascarenhas SFX, Segretario generale della Conferenza episcopale indiana. Secondo i rapporti ufficiali, circa 32 leader estremisti sono stati arrestati preventivamente il 15 e il 16 gennaio.
Alcuni agitatori sono stati fermati ben prima di giungere davanti al Collegio. E senza dei leader che coordinassero l'azione, i propositi violenti sono falliti.
"Il Ministro degli Interni dell'Unione, Rajnath Ram Badan Singh, e l'Amministrazione del Madhya Pradesh meritano le nostre congratulazioni e la nostra gratitudine. Crediamo anche che nel potere della preghiera. Chiediamo il continuo sostegno e le preghiere di tutti", ha detto a Fides il Vescovo Mascarenhas.
La scorsa settimana, la Chiesa cattolica del Madhya Pradesh ha presentato una petizione scritta all'Alta Corte di Jabalpur chiedendo protezione contro gruppi di militanti estremisti che violano la libertà di religione garantita dalla Costituzione. La petizione è stata accolta il 15 gennaio e di conseguenza la polizia ha assicurato la legittima protezione.

AFRICA/CONGO R.D. - L’impegno politico franco ed esplicito dei cristiani: voce profetica nella società

Mer, 17/01/2018 - 10:19
Saoudè – “I cristiani della Repubblica Democratica del Congo, guidati dall’episcopato congolese, continueranno a sorprendere il mondo, e l’Africa in particolare, per il loro esplicito e franco impegno politico. Mai nella storia delle nostre Chiese africane i cristiani sono stati così determinati nel dire profeticamente “No” alla politica per il suo mortale egoismo”. Esordisce così, in un colloquio con l’Agenzia Fides, p. Donald Zagore, SMA , scrittore e teologo ivoriano attualmente a Saoudè , riflettendo sulle iniziative e le attività dei cattolici in Congo, protesi verso un rinnovamento del cristianesimo africano.
Il sacerdote osserva: “I cristiani del Congo stanno scrivendo una nuova pagina nella storia del cristianesimo africano. Un cristianesimo che ora si rifiuta di essere rinchiuso nelle sacrestie; che rifiuta di essere un complice della politica rompendo il silenzio in modo che la morte non sia l’ultima parola; che abbraccia il martirio in difesa della giustizia e della verità; un cristianesimo che afferma di essere profetico rimanendo per i poveri e con i poveri, l’unica fiamma che brilla ancora nel profondo dell’oscurità; un cristianesimo che rinuncia alle sue comodità, che accetta di sporcarsi le mani”.
“Combattere per la libertà, la verità e la giustizia è ora un atto di salvezza oltre che una vocazione fondamentale di ogni uomo e di ogni cristiano in particolare. E’ tempo che le nostre comunità ecclesiastiche si facciano sentire, guidate da pastori che siano profeti, che non temono di profanare il candore delle loro tuniche con il sangue della lotta per un’Africa dove la vita è preferita alla morte, l’amore all’odio, la pace alla guerra”, continua p. Donald.
Commentando l’appello dei Vescovi congolesi sul secolarismo, il sacerdote riferisce: “La crisi in Congo Kinshasa, dove i Vescovi cattolici hanno ancora una volta apertamente chiesto di fermare qualsiasi impostura politica, riemerge dalla spinosa questione della natura apolitica dei religiosi di fronte alla natura secolare della religione di Stato”.
“L’uomo africano è religioso per natura, dice John M’biti. Il che significa che sarebbe illusorio, addirittura utopico, pretendere di costruire un universo socio-politico in Africa, volendo ad ogni costo soffocare la voce dei religiosi. La religione occupa un posto di rilievo nella vita quotidiana dell'uomo africano. Una realtà che si impone sulla politica”, osserva il missionario.
“Quando si parla di laicità dello Stato, si intende semplicemente una struttura legale che, in linea di principio, dovrebbe consentire a tutti, credenti e non credenti, di vivere insieme. Una convivenza che ha la sua fonte ed è radicata nei valori fondamentali di giustizia, verità e democrazia. Quando in uno Stato, questi valori fondamentali di giustizia, verità e democrazia, che devono costituire la struttura del vivere insieme, sono calpestati da una politica priva di ogni moralità e dignità umana, i religiosi non possono in nessun caso fallire nella loro missione profetica”.
Pertanto – conclude p. Zagore – l’appello dei vescovi congolesi non è in alcun modo “un attacco al principio di laicità dello Stato congolese, ma un atto profetico che vuole combattere contro tutte queste forze la dittatura del potere della politica”.

AMERICA/CILE - Papa Francesco ai Vescovi cileni: il clericalismo è il “nemico” della missione

Mer, 17/01/2018 - 10:09
Santiago del Cile – Il “clericalismo” è “una delle tentazioni che arrecano maggior danno al dinamismo missionario” proprio di tutta la Chiesa. Esso rappresenta “una caricatura della vocazione ricevuta”, ed è in agguato quando Vescovi e sacerdoti “perdono la percezione “di appartenere al Popolo di Dio come servitori, e non come padroni”. Così Papa Francesco ha descritto i connotati di una patologia ecclesiale che “va spegnendo a poco a poco il fuoco profetico di cui l’intera Chiesa è chiamata a rendere testimonianza nel cuore dei suoi popoli”. Lo ha fatto nel breve e intenso discorso rivolto ai Vescovi cileni, da lui incontrati nella Cattedrale di Santiago del Cile nel tardo pomeriggio di martedì 16 gennaio. “Il clericalismo” ha aggiunto il Vescovo di Roma, citando la Costituzione dogmatica conciliare Lumen Gentium, “dimentica che la visibilità e la sacramentalità della Chiesa appartengono a tutto il Popolo di Dio, e non solo a pochi eletti e illuminati”. La missione apostolica - ha insistito il Successore di Pietro - “è di tutta la Chiesa, e non del prete o del vescovo”. E la rimozione di questo tratto proprio della vocazione missionaria della Chiesa “limita l’orizzonte e, quello che è peggio, limita tutte le iniziative che lo Spirito può suscitare in mezzo a noi”. Il Papa ha anche suggerito le forme concrete assunte dal clericalismo nel condizionare i rapporti tra il clero e gli altri membri del popolo di Dio: “I laici” ha detto il Vescovo di Roma “non sono i nostri servi, né i nostri impiegati. Non devono ripetere come 'pappagalli' quello che diciamo”. Gli antidoti al clericalismo – ha inoltre suggerito Papa Francesco - vanno coltivati con particolare cura nei seminari, durante il tempo di formazione dei futuri sacerdoti: “I seminari” ha detto a tale riguardo Papa Bergoglio “devono porre l’accento sul fatto che i futuri sacerdoti siano capaci di servire il santo Popolo fedele di Dio, riconoscendo la diversità di culture e rinunciando alla tentazione di qualsiasi forma di clericalismo. Il sacerdote è ministro di Cristo, il quale è il protagonista che si rende presente in tutto il Popolo di Dio”. I sacerdoti di domani – ha aggiunto il Successore di Pietro - devono formarsi guardando al domani: il loro ministero si svilupperà in un mondo secolarizzato e, pertanto, chiede a noi pastori di discernere come prepararli a svolgere la loro missione in quello scenario concreto, e non nei nostri 'mondi o stati ideali' ”. Per questo occorre chiedere “allo Spirito Santo il dono di lavorare per una opzione missionaria e profetica che sia capace di trasformare tutto, affinché le abitudini, gli stili, gli orari, il linguaggio ed ogni struttura ecclesiale diventino strumenti adatti per l’evangelizzazione del Cile, più che per un’autoconservazione ecclesiastica. Non abbiamo paura di spogliarci di ciò che ci allontana dal mandato missionario”. .

AMERICA/CILE - Con Papa Francesco “rifiorisce il deserto della nostra Chiesa”

Mer, 17/01/2018 - 09:54
Santiago del Cile - “Sono giornate intense, di grande gioia”: così l'Arcivescovo di Concepción, Fernando Chomali, descrive in un colloquio con l’Agenzia Fides i primi giorni segnati dalla presenza del Papa in Cile. Dovunque – rimarca - molta gente l'ha salutato per le strade. Dopo la messa con circa 35mila fedeli, è stato molto toccante l'incontro con le detenute nel carcere femminile, osserva l’Arcivescovo: “Le ha incoraggiate a guardare sempre verso il grande proposito di reinserirsi nel tessuto sociale. Lì il Papa si è emozionato molto”, prosegue l'Arcivescovo. Mons. Chomali riflette su quanto ha detto il Papa in Cattedrale: “Il messaggio sul quale ha insistito è che siamo tutti esseri umani, ciascuno con le proprie ferite. Ma, condividendo il dolore con la gente, esso può acquistare il senso che gli dà la Resurrezione. Ci ha invitato ad essere umili, e ai Vescovi ha raccomandato di prendere molto in considerazione i laici e di guardarsi dal clericalismo”.
Francesco ha espresso anche la sua preoccupazione affinché nei seminari si formino “pastori al servizio del popolo di Dio”. Mons. Chomali spiega a Fides perché in Cile gli scandali – avvenuti in altri luoghi del mondo con proporzioni ben maggiori – abbiano procurato così tanta “desolazione” generalizzata, per usare l'espressione del Papa. “Qui – rileva - sono accadute due cose: un processo di secolarizzazione molto veloce e gli scandali degli abusi sessuali di sacerdoti, che hanno colpito molto la società, generando un senso di profonda recriminazione verso la Chiesa. Ciò ci obbliga a fare di tutto perché ciò non si ripeta mai più, a chiedere perdono ripetutamente e a lavorare per la verità e la chiarezza”. A tale riguardo, Paula Luengo, laica consacrata di un movimento ecclesiale, ritiene che la credibilità della Chiesa sia stata molto colpita in quanto uno dei casi più eclatanti è stato quello di un sacerdote molto noto, che aveva contribuito ad accompagnare vocazioni di sacerdoti poi consacrati Vescovi: questo, spiega a Fides, ha generato, nei fedeli, un senso di tradimento molto acuto. Inoltre, la gente ha percepito un “allontanamento della Chiesa dai problemi delle persone, lontana dalle periferie esistenziali di cui parla il Papa”, dice la donna. “Il Papa ha avuto tanti gesti di tenerezza, molto importanti, verso tante persone che ha avvicinato”, conclude mons. Chomali: “Ci sta dando l’esempio, si sta donando completamente, senza riserve. Senz'altro questo ci rafforzerà”.
Commovente anche la celebrazione con i sacerdoti e consacrati, che ha preso spunto dal tema del “calvario” della Chiesa locale. Il Papa ha tratto dal brano evangelico un insegnamento a partire dal percorso dell'apostolo Pietro, in tre significative tappe: Pietro e la comunità abbattuta, Pietro e la comunità perdonata e Pietro e la comunità trasfigurata. Paula Luengo, tra i presenti, descrive a Fides questo momento come “un incontro a tu per tu con Francesco, in un clima di festa ma anche di raccoglimento”. “Ha parlato di una vocazione generativa, che ha il coraggio di rischiare”, ricorda, guardando avanti senza paralizzarsi, “senza rimuginare sulla propria desolazione”, come ha ripetuto Francesco. Vicino a loro, don Cristobal Fones, gesuita e noto musicista, riassume così le sue impressioni: “Donandoci il Vangelo, fa rifiorire il deserto nella nostra Chiesa”. Per l’altro sacerdote cileno don Juan Ortiz, il messaggio del Pontefice è stato “molto illuminante”, in particolare quando ha risposto “con molta speranza ai dolori della Chiesa”.

AFRICA/MADAGASCAR - Nomina del Rettore del Seminario interdiocesano “Saint Jean Baptiste” a Fianarantsoa

Mer, 17/01/2018 - 09:37
Città del Vaticano – Il Card. Fernando Filoni, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, in data 15 novembre 2017, ha nominato Rettore del Seminario interdiocesano denominato “Saint Jean Baptiste” nell’arcidiocesi di Fianarantsoa, il rev. Desiré Razafinirina, del clero diocesano di Toliara.
Il nuovo Rettore è nato il 5 maggio 1975 a Manombo sud, distretto di Toliara. Dopo gli studi primari e secondari, nel 1988 è entrato nel Seminario minore di Toliara e nel 1994 è passato al Seminario maggiore di Fianarantsoa. E’ stato ordinato sacerdote il 10 agosto 2003 a Manombo sud.
Ha proseguito gli studi a Roma , presso la Pontificia Università Urbaniana, dove ha conseguito la licenza in Diritto canonico. Tra gli incarichi ricoperti: educatore al Seminario minore di Toliara, viceparroco e parroco. Dal 2013 era educatore al Seminario maggiore “Saint Jean Baptiste”.

AMERICA/CILE - il Papa a sacerdoti e religiosi cileni: non siamo supereroi. La Chiesa vive solo del perdono di Cristo

Mar, 16/01/2018 - 22:21
Santiago del Cile – La Chiesa non ha bisogno di “supereroi”, ma solo di fare esperienza del perdono di Cristo, e della redenzione che Lui le dona attraverso le sue piaghe. E questo dinamismo anima ogni opera apostolica e ogni cammino cristiano. Lo ha ripetuto Papa Francesco nell’incontro avuto nel pomeriggio di martedì 16 gennaio con i sacerdoti, i religiosi, le religiose, i consacrati, le consacrate e i seminaristi cileni, nella Cattedrale di Santiago del Cile. Il lungo discorso del Vescovo di Roma ha affrontato senza reticenze il momento difficile attraversato dalla Chiesa che è in Cile, unn tempo “di turbolenza e sfide” descritto anche dal cardinale Ezzati nel suo discorso di saluto al Santo Padre: "Conosco” ha detto Papa Francesco “il dolore che hanno significato i casi di abusi contro minori e seguo con attenzione quanto fate per superare questo grave e doloroso male”. Il Papa ha anche dichiarato di sapere che i sacerdoti in Cile “a volte avete subito insulti sulla metropolitana o camminando per la strada; che andare “vestiti da prete” in molte zone si sta “pagando caro’ ”. Davanti a tale momento difficile e di smarrimento, il Papa ha sviluppato il suo intervento invitando tutti a guardare all’esperienza di San Pietro e della prima comunità di discepoli, paradigma di ogni cammino cristiano.

Non siamo migliori
Dopo la morte in croce di Cristo – ha ricordato il Vescovo di Roma – anche Pietro e gli apostoli vissero le “ore dello smarrimento e del turbamento” nella vita del discepolo. Le ore in cui ci si ritrova “con le reti vuote vuote”, senza “grandi avventure da raccontare”. E si può essere tentati di “pensare che tutto va male, e invece di professare una “buona novella”, quello che professiamo è solo apatia e disillusione. Così chiudiamo gli occhi davanti alle sfide pastorali credendo che lo Spirito no abbia nulla da dire. Così ci dimentichiamo che il Vangelo è un cammino di conversione, ma non solo “degli altri”, ma anche nostra”. In quell’ora della verità - ha rimarcato il Papa – anche Pietro - e con lui tutti gli apostoli – “Fece l’esperienza del suo limite, della sua fragilità, del suo essere peccatore. Pietro l’istintivo, l’impulsivo capo e salvatore, con una buona dose di autosufficienza e un eccesso di fiducia in sé stesso e nelle sue possibilità, dovette sottomettersi alla propria debolezza e al proprio peccato. Lui era peccatore come gli altri, era bisognoso come gli altri, era fragile come gli altri”. A noi – ha aggiunto il Papa - “Come discepoli, come Chiesa, ci può accadere lo stesso: ci sono momenti in cui ci confrontiamo non con le nostre glorie, ma con la nostra debolezza. Ore cruciali nella vita dei discepoli, ma quella è anche l’ora in cui nasce l’apostolo”. Perché davanti all’apostolo che ha fallito, “Gesù non usa né il rimprovero né la condanna. L’unica cosa che vuole fare è salvare Pietro. Lo vuole salvare dal pericolo di restare rinchiuso nel suo peccato, di restare a “masticare” la desolazione frutto del suo limite; dal pericolo di venir meno, a causa dei suoi limiti, a tutto il bene che aveva vissuto con Gesù”.
Solo l’esperienza della misericordia di Cristo che perdona – ha suggerito Papa Francesco ai sacerdoti, ai religiosi e alle religiose cileni – può ridare vita ai discepoli smarriti, può trasfigurare il loro dolore e rialzarli dalle cadute: “che cosa” ha chiesto il Papa "fortifica Pietro come apostolo? Che cosa mantiene noi come apostoli? Una cosa sola: ci è stata usata misericordia . In mezzo ai nostri peccati, limiti, miserie; in mezzo alle nostre molteplici cadute, Gesù ci ha visto, si è avvicinato, ci ha dato la mano e ci ha usato misericordia..…. Non siamo qui” ha proseguito il Successore di Pietro perché siamo migliori degli altri. Non siamo supereroi che, dall’alto, scendono a incontrarsi con i “mortali”. Piuttosto siamo inviati con la consapevolezza di essere uomini e donne perdonati.E questa è la fonte della nostra misericordia”.

Una Chiesa con le piaghe
Nel perdono ricevuto da Cristo, che risana le ferite, i sacerdoti, i consacrati e tutti i battezzati partecipano al mistero della salvezza che Cristo dona non proponendo idee religiose, ma attraverso le sue piaghe. E proprio l’esperienza di vedere le proprie piaghe risanate e perdonate da Gesù consente ai sacerdoti, ai consacrati e a tutti i battezzati di abbracciare i limiti e i dolori del mondo, di andare incontro agli altri così come sono, annunciando la salvezza del Vangelo, trattando tutti con misericordia: “Siamo consacrati, pastori” ha detto il Papa “nello stile di Gesù ferito, morto e risorto. Il consacrato è colui e colei che incontra nelle proprie ferite i segni della Risurrezione; che riesce a vedere nelle ferite del mondo la forza della Risurrezione; che, come Gesù, non va incontro ai fratelli con il rimprovero e la condanna”. Egli - ha proseguito il Papa – “non si presenta ai suoi senza piaghe; proprio partendo dalle sue piaghe Tommaso può confessare la fede. Siamo invitati a non dissimulare o nascondere le nostre piaghe. Una Chiesa con le piaghe è capace di comprendere le piaghe del mondo di oggi e di farle sue, patirle, accompagnarle e cercare di sanarle. Una Chiesa con le piaghe non si pone al centro, non si crede perfetta, ma pone al centro l’unico che può sanare le ferite e che si chiama Gesù Cristo”.

La preghiera del cardinale Silva Henríquez
Le piaghe di Cristo, che diventano “cammino di Resurrezione”, e non perfezionismi clericali o complicate strategie pastorali, rappresentano – così ha suggerito Papa Francesco - il criterio di autenticità di ogni esperienza ecclesiale:
“Rinnovare la profezia” ha sottolineato Papa Francesco “Rinnovare la profezia è rinnovare il nostro impegno di non aspettare un mondo ideale, una comunità ideale, un discepolo ideale per vivere o per evangelizzare, ma di creare le condizioni perché ogni persona abbattuta possa incontrarsi con Gesù. Non si amano le situazioni, né le comunità ideali, si amano le persone. Il riconoscimento sincero, sofferto e orante dei nostri limiti, lungi dal separarci dal nostro Signore" ha aggiunto il Papa "ci permette di ritornare a Gesù sapendo che Egli sempre può, con la sua novità, rinnovare la nostra vita e la nostra comunità, e anche se attraversa epoche oscure e debolezze ecclesiali, la proposta cristiana non invecchia mai”.
Concludendo il suo intervento, il Papa ha invitato tutti i presenti a scrivere”nel proprio cuore” un proprio “testamento spirituale”; sul modello della preghiera scritta dal compianto cardinale cileno Raúl Silva Henríquez. “La Chiesa che io amo è la Santa Chiesa di tutti i giorni... la tua, la mia, la Santa Chiesa di tutti i giorni... Gesù, il Vangelo, il pane, l’Eucaristia, il Corpo di Cristo umile ogni giorno. Con i volti dei poveri e i volti di uomini e donne che cantavano, che lottavano, che soffrivano. La Santa Chiesa di tutti i giorni”. .

AMERICA/CILE - il Papa a sacerdoti e religiosi cileni: non siamo super-eroi. La Chiesa vive solo del perdono di Cristo

Mar, 16/01/2018 - 22:21
Santiago del Cile – La Chiesa non ha bisogno di “supereroi”, ma solo di fare esperienza del perdono di Cristo, e della redenzione che Lui le dona attraverso le sue piaghe. E questo dinamismo anima ogni opera apostolica e ogni cammino cristiano. Lo ha ripetuto Papa Francesco nell’incontro avuto nel pomeriggio di martedì 16 gennaio con i sacerdoti, i religiosi, le religiose, i consacrati, le consacrate e i seminaristi cileni, nella Cattedrale di Santiago del Cile. Il lungo discorso del Vescovo di Roma ha affrontato senza reticenze il momento difficile attraversato dalla Chiesa che è in Cile, unn tempo “di turbolenza e sfide” descritto anche dal cardinale Ezzati nel suo discorso di saluto al Santo Padre:
Conosco” ha detto Papa Francesco “il dolore che hanno significato i casi di abusi contro minori e seguo con attenzione quanto fate per superare questo grave e doloroso male”.
Il Papa ha anche dichiarato di sapere che i sacerdoti in Cile “a volte avete subito insulti sulla metropolitana o camminando per la strada; che andare “vestiti da prete” in molte zone si sta “pagando caro’ ”. Davanti a tale momento difficile e di smarrimento, il Papa ha sviluppando il suo intervento invitando tutti a guardare all’esperienza di San Pietro e della prima comunità di discepoli, paradigma di ogni cammino cristiano.

Non siamo migliori
Dopo la morte in croce di Cristo – ha ricordato il Vescovo di Roma – anche Pietro e gli apostoli vissero le “ore dello smarrimento e del turbamento” nella vita del discepolo. Le ore in cui ci si ritrova “con le reti vuote vuote”, senza “grandi avventure da raccontare”. E si può essere tentati di “pensare che tutto va male, e invece di professare una “buona novella”, quello che professiamo è solo apatia e disillusione. Così chiudiamo gli occhi davanti alle sfide pastorali credendo che lo Spirito no abbia nulla da dire. Così ci dimentichiamo che il Vangelo è un cammino di conversione, ma non solo “degli altri”, ma anche nostra”. In quell’ora della verità - ha rimarcato il Papa – anche Pietro - e con lui tutti gli apostoli – fa “Fece l’esperienza del suo limite, della sua fragilità, del suo essere peccatore. Pietro l’istintivo, l’impulsivo capo e salvatore, con una buona dose di autosufficienza e un eccesso di fiducia in sé stesso e nelle sue possibilità, dovette sottomettersi alla propria debolezza e al proprio peccato. Lui era peccatore come gli altri, era bisognoso come gli altri, era fragile come gli altri”. A noi – ha aggiunto il Papa - “Come discepoli, come Chiesa, ci può accadere lo stesso: ci sono momenti in cui ci confrontiamo non con le nostre glorie, ma con la nostra debolezza. Ore cruciali nella vita dei discepoli, ma quella è anche l’ora in cui nasce l’apostolo”. Perché davanti all’apostolo che ha fallito, “Gesù non usa né il rimprovero né la condanna. L’unica cosa che vuole fare è salvare Pietro. Lo vuole salvare dal pericolo di restare rinchiuso nel suo peccato, di restare a “masticare” la desolazione frutto del suo limite; dal pericolo di venir meno, a causa dei suoi limiti, a tutto il bene che aveva vissuto con Gesù”.
Solo l’esperienza della misericordia di Cristo che perdona – ha suggerito Papa Francesco ai sacerdoti, ai religiosi e alle religiose cileni – può ridare vita ai discepoli smarriti, può trasfigurare il loro dolore e rialzarli dalle cadute: “che cosa” ha chiesto il Papa fortifica Pietro come apostolo? Che cosa mantiene noi come apostoli? Una cosa sola: ci è stata usata misericordia . «In mezzo ai nostri peccati, limiti, miserie; in mezzo alle nostre molteplici cadute, Gesù ci ha visto, si è avvicinato, ci ha dato la mano e ci ha usato misericordia..…. Non siamo qui” ha proseguito il Successore di Pietro perché siamo migliori degli altri. Non siamo supereroi che, dall’alto, scendono a incontrarsi con i “mortali”. Piuttosto siamo inviati con la consapevolezza di essere uomini e donne perdonati.E questa è la fonte della nostra misericordia”.

Una Chiesa con le piaghe
Nel perdono ricevuto da Cristo, che risana le ferite, i sacerdoti, i consacrati e tutti i battezzati partecipano al mistero della salvezza che Cristo dona non proponendo idee religiose, ma attraverso le sue piaghe. E proprio l’esperienza di vedere le proprie piaghe risanate e perdonate da Gesù consente ai sacerdoti, ai consacrati e a tutti i battezzati di abbracciare i limiti e i dolori del mondo, di andare incontro agli altri così come sono, annunciando la salvezza del Vangelo, trattando tutti con misericordia: “Siamo consacrati, pastori” ha detto il Papa “nello stile di Gesù ferito, morto e risorto. Il consacrato è colui e colei che incontra nelle proprie ferite i segni della Risurrezione; che riesce a vedere nelle ferite del mondo la forza della Risurrezione; che, come Gesù, non va incontro ai fratelli con il rimprovero e la condanna”. Egli . ha proseguito il Papa – “non si presenta ai suoi senza piaghe; proprio partendo dalle sue piaghe Tommaso può confessare la fede. Siamo invitati a non dissimulare o nascondere le nostre piaghe. Una Chiesa con le piaghe è capace di comprendere le piaghe del mondo di oggi e di farle sue, patirle, accompagnarle e cercare di sanarle. Una Chiesa con le piaghe non si pone al centro, non si crede perfetta, ma pone al centro l’unico che può sanare le ferite e che si chiama Gesù Cristo”.

La preghiera del cardinale Silva Henríquez
Le piaghe di Cristo, che diventano “cammino di Resurrezione”, e non perfezionismi clericali o complicate strategie pastorali, rappresentano – così ha suggerito Papa Francesco - il criterio di autenticità di ogni esperienza ecclesiale:
“Rinnovare la profezia” ha sottolineato Papa Francesco “Rinnovare la profezia è rinnovare il nostro impegno di non aspettare un mondo ideale, una comunità ideale, un discepolo ideale per vivere o per evangelizzare, ma di creare le condizioni perché ogni persona abbattuta possa incontrarsi con Gesù. Non si amano le situazioni, né le comunità ideali, si amano le persone.
Il riconoscimento sincero, sofferto e orante dei nostri limiti, lungi dal separarci dal nostro Signore, ci permette di ritornare a Gesù sapendo che Egli sempre può, con la sua novità, rinnovare la nostra vita e la nostra comunità, e anche se attraversa epoche oscure e debolezze ecclesiali, la proposta cristiana non invecchia mai”.
Concludendo il suo intervento, il Papa ha invitato tutti i presenti a scrivere”nel proprio cuore” un proprio “testamento spirituale”; sul modello della preghiera scritta dal compianto cardinale cileno Raúl Silva Henríquez. “La Chiesa che io amo è la Santa Chiesa di tutti i giorni... la tua, la mia, la Santa Chiesa di tutti i giorni...
...Gesù, il Vangelo, il pane, l’Eucaristia, il Corpo di Cristo umile ogni giorno. Con i volti dei poveri e i volti di uomini e donne che cantavano, che lottavano, che soffrivano. La Santa Chiesa di tutti i giorni”. .

ASIA / PAKISTAN - Le difficoltà delle chiese, alle prese con le misure di sicurezza

Mar, 16/01/2018 - 15:22
Faisalabad - È molto difficile per le chiese cristiane in Pakistan seguire le nuove direttive del governo per la protezione degli edifici di culto, rafforzate dopo l'attacco alla chiesa metodista di Quetta avvenuto prima di Natale. Anche perchè le misure imposte sono totalmente a carico delle chiese stesse, e comportano un notevole esborso economico, che spesso non si può affrontare. "Ci sono numerose chiese e cappelle grandi e piccole, nella mia diocesi cattolica di Faisalabad. Installare telecamere a circuito chiuso, rafforzare i cancelli ed erigere cinte murarie, fissando il filo spinato tutt'intorno, acquistare metal detector: sono misure da incubo", rileva preoccupato all'Agenzia Fides p. Bonnie Mendes, esperto sacerdote locale ed ex coordinatore di Caritas Asia. Ora, secondo le disposizioni governtive, le cinte murarie che hanno un'altezza di 1,80 metri, vanno soprelevate fino a tre metri, riferisce p. Mendes notando: "La spesa per installare tutti i sistemi necessari è piuttosto alta. A seconda della dimensione della chiesa, a spesa è diversa e può essere tra 200.000 e 300.000 rupie pakistane".
Dopo l'attentato alla Chiesa metodista di Quetta, avvenuto il 17 dicembre 2017 - quando due attentatori suicidi hanno hanno attaccato la chiesa lasciato 56 feriti e 16 vittime - il vicecommissario di Faisalabad ha cheisto di installare tutti questi sistemi e dispositivi per la sicurezza delle chiese. E le forze di sicurezza continuano a garantire sorveglianza alle celebrazioni.
P. Qaisar Feroz OFM Cap, parroco di St. Anthony's Parish a Lahore conferma a Fides: "L'anno scorso abbiamo comprato due barriere e metal detector. Un'altra spesa importante è stata quella di mettere recinzioni e filo spinato. Qui ci ha aiutato la scuola adicente, ma la parrocchia da sola non avrebbe potuto provvedere".
Karachi, una città portuale, ha più di mille chiese, tra cattoliche, protestanti, pentecostali e di altre denominazioni. L'Arcivescovo Joseph Coutts di Karachi parlando all'Agenzia Fides ha detto: "Sono grato alle forze di Polizia di Karachi, sempre vigili e disponibili per la sicurezza dei nostri grandi raduni, sempre attenti alla nostra protezione. Abbiamo fornito alle forze di sicurezza una lista di tutte le nostre chiese cattoliche".
Il cattolico Naveed Anthony, ex consigliere del primo ministro Sindh per le questioni relative alle minoranze religiose, ha dichiarato a Fides: "L'anno scorso, grazie al dipartimento per gli affari delle minoranze e dell'informatica, abbiamo installato telecamere a circuito chiuso in vari edifici di culto delle minoranze, come le grandi chiese della città. Questa è stata un'iniziativa presa dal governo del Sindh, che sta facendo del suo meglio per proteggere le minoranze religiose", rileva.
Parlando a Fides, il Vescovo protestante mons. Khadim Bhutto, presidente del Consiglio episcopale del Pakistan, ha informato che uno dei suggerimenti delle forze di sicurezza è stato "formare volontari per la sicurezza delle chiese". Le comunità cristiane hanno fornito un elenco di 550 giovani volontari che saranno addestrati dalle polizia e riceveranno un attestato. Anche i Pastori protestanti , informa, hanno ricevuto le medesime disposizioni per far fronte alle aumnetate esigenze di sicurezza, che comportano un esborso economico non sempre sostenibile.

AMERICA/CILE - Papa Francesco: il “paradigma tecnocratico” produce un'economia “nemica del bene comune”

Mar, 16/01/2018 - 14:00
Santiago del Cile – Occorre trovare vie di fuga dal “paradigma tecnocratico che privilegia l’irruzione del potere economico nei confronti degli ecosistemi naturali e, di conseguenza, del bene comune dei nostri popoli”. E per perseguire questo intento “la saggezza dei popoli autoctoni può offrire un grande contributo”, perchè “da loro ossiamo imparare che non c’è vero sviluppo in un popolo che volta le spalle alla terra e a tutto quello e tutti quelli che la circondano”. Lo ha sottolineato Papa Francesco, nel primo discorso pubblico da lui pronunziato in occasione della visita apostolica in Cile, rivolto alle autorità civili e al corpo diplomatico accreditato presso il Paese latinoamericano. Nel Palazzo presidenziale La Moneda”, rispondendo al discorso di saluto rivoltogli dalla Presidente uscente, Michelle Bachelet, Papa Francesco ha sottolineato l'avanzamento compiuto negli ultimi decenni da Cile sul cammino della democrazia e dello sviluppo, dopo gli anni della dittatura militare. Un cammino disseminato di ostacoli e episodi turbolenti, che occorre proseguire nel segno di un patto tra le generazioni che aiuti ognuno a “far proprie le lotte e le conquiste delle generazioni precedenti”. E a riconquistarle “ogni giorno”.
Citando Sant Alberto Hurtado, Pablo Neruda e e il rimpianto cardinale cileno Raúl Silva Henríquez , il Papa ha richiamato l'importanza di coltivare la capacità d'ascolto, che “assume grande valore in questa nazione”, dove la pluralità etnica, culturale e storica esige di essere custodita da ogni intento di qualsiasi tentativo di partigianeria o supremazia, e che chiama in causa la capacità di mettere da parte dogmatismi esclusivisti, in una sana apertura al bene comune ”. La capacità di ascolto – ha insistito il Papa – deve abbracciare tutti: i disoccupati, i popoli nativi, i migranti “che bussano alle porte di questo Paese in cerca di miglioramenti” Così come i giovani da proteggere “dal flagello della droga”, gli anziani e i bambini, “che guardano il mondo con gli occhi pieni di meraviglia e innocenza e si aspettano da noi risposte reali per un futuro di dignità”. A Tale riguardo, Papa Francesco ha espresso già nel suo primo discorso in terra cilena “il dolore e la vergogna che sento davanti al danno irreparabile causato a bambini da parte di ministri della Chiesa. Desidero unirmi ai miei fratelli nell’episcopato” ha detto il Papa riferendosi ai casi di abusi sessuali perpetrati da rappresentanti del clero cileno “perché è giusto chiedere perdono e appoggiare con tutte le forze le vittime, mentre dobbiamo impegnarci perché ciò non si ripeta”. .

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